Archivio | febbraio, 2010

The Girl who Kicked the Hornets’ Nest

28 Feb
Comunque vada, ho appreso una lezione fondamentale.
Non bisogna mai adagiarsi. Mai pensare c’è tempo, per pensare, per agire, per cambiare. Prima di tutto, chi c’assicura che ci sia, il tempo, in fondo siamo esseri estremamente fragili e caduchi. Secondo, la nostra disponibilità di tempo è meramente virtuale. Questa società ci intrappola tutti, chi più chi meno, in un meccanismo perverso che assomiglia ad una ruota per criceti, in cui siamo obbligati a girare e rigirare facendo le medesime azioni "produttive", e quando riusciamo a fuggire a fine giornata siamo talmente stanchi che persino pensare è faticoso.
Io non voglio vivere così, perché non è vivere.
Voglio essere sì assorbita dalle cose che faccio, a parte che decida ogni giorno di farle, che le faccia con cuore e coscienza, ma voglio anche trovare il tempo di pensare, agire e cambiare, quando ancora tutto è possibile.
E’ questa la cosa peggiore: sapere che avrei potuto, dovuto svegliarmi, muovermi e fare prima, e non aver mosso neanche un muscolo.

Supermassive black hole

17 Feb
Tra esattamente 51 ore e 30 minuti ho un esame, di cui ho studiato sì e no 5 pagine. Ok, parliamo di un totale di 80 che, per quanto dense, trangugerei in mezza giornata in condizioni normali. Ecco, peccato che la normalità sia molto lontana da me in questo periodo.
Tutto ciò mi irrita non poco. E’ stato difficile trovare un equilibrio, trovare un ritmo serio e costante di studio e voglia di studiare e sguardo fisso sull’obiettivo e mondo chiuso fuori. Conoscendomi, se questo va male io sono capace di mandare allegramente tutto a puttane. E non posso, perché è tutto ciò che sono, tutto ciò che ho.
So benissimo che pensare al come, al dopo non ha senso, perché tanto non è possibile prepararsi al peggio, non è possibile difenderci, posso solo buttarmi nell’occhio del ciclone. E intanto, togliermi di mezzo quest’esame sarebbe cosa buona e giusta, se non altro per ricordare a me stessa che forse qualcosa di buono c’è ancora in me.
Improvvisare. Non sono mai stata brava a improvvisare. Ho la necessità morbosa, patologica di ordinare tutto, di sapere con precisione cosa mi aspetta – a che ora pranzare, o cosa cucinare, ho bisogno di saperlo la mattina quando mi sveglio. Poi lascia stare che io stessa mi scombini i piani. Forse ho bisogno di ordine per potermi conferire il potere di turbarlo, sovvertirlo.
Ma poi, si può parlare di improvvisazione quando la verità ti colpisce violentemente in pieno viso come un sonoro ceffone? Certo giunge all’improvviso, non te lo aspetti, non hai i riflessi abbastanza pronti per schivarlo. Ma a quel punto, puoi pensarci tredici mesi o tredici secondi, di fatto non puoi ignorarlo, chiudere gli occhi, ingoiare e andare avanti relegando quell’attimo in un angolo della mente. Anche se sarebbe davvero bello.

Parole che muoiono.

16 Feb
Sono stanca di essere il pilastro, la musa ispiratrice, colei che sprona e sostiene e poi guadagna l’angolo buio quando non serve la sua presenza. Forse è meglio essere usa e getta, in confronto.
Sono stufa dei giri di parole, di frasi cariche e di gesti vuoti.
Probabilmente sono io quella sbagliata in questo mondo, non lo metto in dubbio. Io che pretendo sempre di parlare, di chiarire, chissà poi di che. Io che non concepisco le sfumature di grigio. Io che non riesco ad accontentarmi. Io, che voglio giocare all’adulta consapevole e sicura di sè, mentre sono ancora solo una bimba spaurita e ingenua… Lo sono, porca miseria, e allora perché mai nessuno intorno a me se ne accorge e la fa finita di caricarmi le spalle di ulteriori pesi?

Lie to Me

11 Feb
Devo rassegnarmi, convincermi che io sono più Lei, e anche un po’ Katie Carr, e Pai/Parvati, e chissà quante altre, piuttosto che me, cioè, la Me che si vede da fuori. Che ognuno vede da fuori in maniera anche molto diversa.
Adesso comprendo perfettamente le parole di una persona che a 16 anni tanto mi ha affascinata e che al contempo ho disprezzato proprio perché asseriva questa verità che sono arrivata, solo ora, a giudicare incontrovertibile.
Non la si può combattere, e se proprio si deve, va assecondata con accortezza. Che è poi quanto avviene, avendo imparato a far coincidere (o meglio, convergere, con risultati più o meno riusciti) ciò che voglio con ciò che devo fare, come mio personalissimo imperativo categorico.
Ora, il dramma è prendere questo bell’alibi e farne opera di convincimento per la Me timorata di dio, il cui cervellino in questi giorni lavora e lavora e lavora (…) a pieno ritmo per cercare una soluzione attiva, quando Le Altre sarebbero chi più chi meno concordi nell’aspettare e poi prendere quel che arriva –  se arriva – ché tanto c’abbiamo un bel po’ altro da fare!

Arriva l’alba o forse no, a volte ciò che sembra alba non è

10 Feb
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c’è

Conosco con precisione le singole sfumature di ogni colore. E so altrettanto bene che solo il tempo mi aiuterà a districare i nodi della mia vita.
Ma non riesco a fare a meno di categorizzare tutto, e quel che è peggio è che le categorie sono due sole, il bianco e il nero. Almeno lo facessi in silenzio, senza invischiare terzi nella mia melma mentale! Così dopo mi eviterei le testate al muro e i continui ripensamenti su ciò che ho detto e fatto, ma soprattutto non detto e non fatto.
Sono un paradosso vivente, la Negazione incarnata. Solo questo mi permette di andarmene in giro bellamente con un sorriso stampato sulla faccia, e di esserlo poi per davvero serena, eh!
Mah.