Safe in my own skin

24 Nov

Sono strana. C’è chi pensa ossessivamente ai propri problemi, io invece nei momenti di maggiore tensione non riesco a concentrarmi per nulla sull’evento disturbante, è come un rumore di sottofondo, un pensiero nascosto che per quanto mi affanni non riesco ad afferrare. E’ che non ci voglio pensare lucidamente, perché farlo significa affrontare l’ansia che si genera automaticamente dal mio bisogno costante e irrefrenabile di dover controllare tutto. Che mi è ovviamente negato in tali frangenti. Allora rimuovo, completamente, quel pensiero e tutto ciò che anche alla larga possa ricordarmelo. Ahimè, in questo caso è purtroppo compreso lo studio e i miei cari tomi e manuali. E non mi sento giustificata, o forse fino ad oggi anche sì, ma non posso dire di star male fisicamente. Non dopo aver visto che c’è chi sta ben peggio di me. E sicuramente, non sto male in una maniera che si possa vedere dall’esterno, perlomeno. Ma dentro mi sento lacerata, come un campo di battaglia abbandonato, ancora fumoso e denso di detriti e lamenti, di sangue, sudore, lacrime e superstiti e cadaveri. Così immagino il mio corpo, un santuario depredato e saccheggiato, già più volte, anche se fuori può continuare a mantenere il suo aspetto sacro e monumentale. Immagino la lotta che in questo momento e nei prossimi mesi avverrà senza esclusione di colpi, o almeno mi auguro, altrimenti dovrò dichiarare una nuova guerra al nemico e francamente non ne ho voglia. Ho voglia di avere 26 anni, stare bene, studiare le malattie solo sui miei libri e di provare ansia solo per le domande che il prof potrà farmi.

Credo sia dovuto a questo la curva a gomito che ha imboccato il mio modo di vivere, diventato estremamente più fisico a discapito delle mie pippe mentali infinite. Non che ora non me ne faccia, ma tanto poi alla fine mi butto lo stesso, e va benissimo così.

E poi, a proposito del fatto che non si veda all’esterno, voglio aprire una piccola polemica: non è mica una giustificazione per non starmi vicino. O è la malattia in sé che non si sa con quali parole e gesti affrontare? Non ci vuole niente di particolare: basta una chiacchiera, una risata, uno sfogo, null’altro di eccezionale. Invece posso dirmi delusa dai più. Ma poco importa, è stato un metodo di scrematura come gli altri.

Piuttosto, avrei avuto bisogno della mamma. Ebbene sì. Anziché fare la derelitta in sala d’aspetto, l’unica non accompagnata, sola con se stessa e un libro. Cavolo, la mamma è sempre la mamma! Pur se ansiogena e stressante. La vera forza non è ammettere le proprie debolezze? …così dicono!!

Comunque, sto bene. O meglio, mi sento bene, ché se sto bene lo scoprirò in via definitiva il 13 Marzo 2012.

Ma mi sento bene, e tanto mi basta per ora per vivere, al massimo, ogni giorno. Dopo l’isolamento, certo (…).

2 Risposte to “Safe in my own skin”

  1. ameliex novembre 30, 2010 a 8:53 pm #

    ebbene si… non sai quanto capisco il senso di distruzione interna che provi… ma con il senno di poi ti dico che tutto piano piano si ricostruirà, ci vorrà tempo e sentirai la debolezza perchè c’è qualcosa che lavora dentro te incessantemente risucchiando energia ma quando tutto sarà finito sarai più forte di prima Roby, sarai una roccia!
    …riflettevo sul fatto che per una volta sono io a raccontare a te lo sviluppo degli eventi già vissuti… che culo!

  2. eirene06 novembre 30, 2010 a 10:03 pm #

    Che culo sì, dai, almeno mi sento dire da qualcuno di fidato “come andrà”… e ci scommetto 🙂
    Solo che a volte piace anche sprofondare nello spleen… forse proprio per essere consolati! Grassieeeee, smack!

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