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I am Mine

26 Lug

Sono un paradosso vivente.
So che a molti piace definirsi così e poi, vai a vedere, sono le persone più noiose sulla faccia della Terra.
Il punto è che io non ne faccio un vanto, anzi, lo trovo un grandissimo difetto. Perlomeno momentaneo. Perché se è vero che al momento vago nella nebbia, ho sperimentato in passato periodi di serenità e solidità in cui, ben ritta sui miei piedi per terra, niente e nessuno poteva farmi cambiare idea.
Ecco, ora invece le mie idee sono confusissime. Il risultato è che le mie decisioni resistono per pochi secondi e poi puff, il castello crolla e va ricostruito. E’ stancante.
Non sono dotata di pazienza, eppure tergiverso spesso e volentieri. Spesso temporeggiando mi sono salvata il culo, ma tante altre volte ho solo perso prezioso tempo.
Bisognerebbe fissare bene in mente ciò che si vuole, ma è proprio questo che mi fotte. Forse sarebbe più facile (ri)partire eliminando quello che non voglio, che mi crea confusione, che mi fa vacillare, forse da qui sarebbe più facile.
Mettere me e solo me al centro, e non gettarmi più via in niente che non ritenga davvero valido o che non voglia davvero, ché spesso ci vuole un attimo a confondere i confini, a fare qualcosa per rabbia, noia, perché ce lo chiede qualcun altro… Lo so, è arduo, ma vale la pena almeno tentare.
well anchored

The unbearable lightness of Being

29 Mag

Dovrei sempre, e dico semprefidarmi del mio istinto.
Ho un’estrema consapevolezza di me stessa, scarna e fioca nei pregi, ma i miei difetti, i miei limiti non hanno segreti per me.
Così come so benissimo cosa e chi dovrei evitare, come la peste, ma è proprio in virtù di quei difettucci di cui sopra che ci finisco sempre con tutte le scarpe. Nell’abisso che portano dentro di sé.
Sto facendo progressi, però.
Se adesso mi affaccio nell’abisso, faccio 2 passi indietro, poi un passettino in avanti mettendo in scena un pericolosissimo cha cha cha su una china scivolosa… ma alla fine non precipito, in un modo o nell’altro, confido che entro i prossimi 5 anni arriverò a sporgermi, verificare lo spaventoso baratro innanzi a me e fare dietro-front senza neanche voltarmi. Anzi, scapperò a gambe levate.
Sì, sarà così necessariamente.
Stavolta me lo sono proprio meritata. Karma is a bitch, dicono. Oh, sì.
Questa è stata la punizione esemplare per la mia hybris, mi sono sentita tanto superiore da disprezzare ciò che avrei potuto avere, non valutandolo alla mia altezza, in cambio di cosa? Parole vane e al vento, parole lanciate così, senza peso.
Io in fondo sono una debole, sempre pronta a tornare sui miei passi in cambio di molto poco… ma questo per me è un peccato mortale. E’ come infilarmi uno spillo e spingere in maniera decisa sull’unico tasto reset che io possieda.
Io so mentire, so omettere e so inventare, mantenendo sempre la mia (dis)onestà intellettuale. So adattarmi a ciò e a chi ho davanti, facendo le mie considerazioni, decidendo il mio piano d’azione e il comportamento che terrò. E attenzione, non è falsità. Se tu sei sincero con me, io con te lo sarò il doppio. Se mi deludi non avrai più neanche una stilla di me. Come la Sabina di Kundera, questa è per me l’unica verità possibile. La sola e vera. Di cui le parole sono ambasciatrici.
Le parole hanno il loro peso. Sono proiettili, una volta sparate non puoi risucchiarle nella canna del fucile. E devi prenderti la responsabilità delle ferite che possono provocare.
Se non sei pronto a farlo, per me vali meno di zero. 
Le persone cambiano, i sentimenti cambiano, cambiano persino i piani d’azione! E’ lecito. Ma cambiare è un conto, scrollarsi la responsabilità di quanto detto con banali scuse è un altro, molto salato al mio tavolo.
Perciò il succo di tutto questo ciarlare qual è? Che il mio unicorno non esiste.
Non vanno bene per me né l’abisso, né il prato pieno di fiorellini di campo, perché me lo dice il mio istinto e posso sentirlo, fin dentro le ossa.
Ma non mi accontenterò mai, perché senza alcuna immodestia, so quanto valgo. So cosa merito.
Devo solo trovare la giusta via di mezzo, e non smetterò di cercarla perché so che è lì fuori.

I tuoi fiori si sono rovinati, non hai abilità

21 Gen

Oggi alla radio (bugia, era deejay tv) hanno detto che scrivere un diario migliora l’umore e allunga la vita, perché aiuta a tirare tutto fuori, e mettendo nero su bianco ansie, problemi, paure è più facile “vederli” davvero e cercare una soluzione.
Allora ho pensato subito a questo mio diario virtuale, che mi accompagnava fedelmente anni fa e ora giace qui solo e abbandonato. Ed è un gran peccato perché in effetti ho sempre pensato mi giovasse scrivere, cioè è pur sempre meglio che parlare da sola come una pazza come ho fatto stamattina facendo cyclette, no?
Ma la verità è che se mettessi per iscritto anche solo la metà dei miei psicodrammi, mi esploderebbe la testa, e poi sarebbe un bel casino da pulire. Quindi farò come mio solito, testa sotto la sabbia fino all’Inevitabile.

C’era una persona cui, fino a pochi anni fa, pensavo di poter dire tutto. La mia anima gemella, pensavo. Poi è venuto fuori il Blob e ancora oggi metto insieme pezzi e capisco sempre meglio la situazione. Credo (potrei sbagliarmi, ma non penso cit.) abbia un enorme senso di inferiorità nei miei confronti, il che è paradossale se pensiamo che non è che io sia propriamente una persona di successo. Com’è o come non è la situazione, sta di fatto che mi è caduta dal cuore, come si suol dire. Fa ancora parte della mia vita e, suppongo, ne farà parte anche in futuro, ma c’è stato un inevitabile e irremovibile declassamento… what a pity (anche no, meglio saperlo prima).

Non so quando è successo, ma ho iniziato a mettere molta più energia e pazienza e onestà nelle amicizie che nell’amore. Generalmente questo avviene più quando si è piccoli, le amicizie sono tutto, saremo BFF for evah e cagate varie. Io invece faccio tutto al contrario, che novità. Proprio per questo, se viene meno qualcosa che ritengo imprescindibile, non riesco assolutamente a sorvolare. Ciao, crolla tutto. In amore sono più tollerante, chi l’avrebbe detto? Sarà perché sono la prima a pisciare fuori dal vaso?

Non riesco a credere che qualcosa possa davvero essere per sempre. Credo sia questo che mi fa desiderare di non restare mai ferma troppo a lungo.
Tutto si consuma. Se si è fortunati, si riescono a modificare rapporti, situazioni e quant’altro in modo tale da rimanere in accordo, ma francamente credo che queste siano le eccezioni e non la regola.
Ma vorrei tanto sbagliarmi.
E nella mia incoscienza, è una speranza che in fondo coltivo ancora. E spero non faccia la fine delle mie millemila orchidee.

For better or for worse

10 Lug

Forse è proprio così, per ciascun essere vivente o no esiste una storia naturale. Nascere, crescere, raggiungere un acme e poi lentamente sfiorire.
Sarà, ma leggere certe notizie mi rende molto triste.
Vorrei poter fermare il tempo che scorre e scivola tra le mani.

Finding Nemo

3 Apr

Con tutto quello che vedo, il dubbio è legittimo: avrò una piccola vena di sindrome paranoide? Un disturbo d’adattamento? Tratti personologici evitante, schizoaffettivo, antisociale? Chissà.

Forse più semplicemente, essendo il mio un cervello che lavora, ad alti e bassi certo, con sprazzi di volontà intermittenti, ma un cervello che coglie e interpreta abbastanza coerentemente e correttamente i dati della realtà… Posto questo di base e solida, non dovrei forse fidarmi delle mie reiterate sensazioni? In passato mi è capitato di sbagliarmi nel pensar bene, ma mai nel pensare male di qualcuno e qualcosa. Mai.

“Forse é così, io vivo fuori tempo:
é vero ciò che sento sotto pelle,
é come una costante sensazione di
mancata appartenenza
che suona e vedo le tue mani
allontanarsi alla deriva”

You’re the reason I’m leaving

18 Dic

Vorrei dire tante cose pregnanti e le possiedo tutte, ma non riesco ad inquadrarle nelle giuste definizioni. Forse perché non è giusto inquadrarle, costringerle entro una forma rigida, devono essere libere di scorrere e trasformarsi. Infatti periodicamente cambio un po’ idee, ma mi rendo conto che quando sono più buonista è solo la parte di me nostalgica e attaccata alle radici a parlare. La verità più cruda è che ho l’orticaria al pensiero di scendere e stare a casa per ben 10 giorni. DIECI giorni. Sarà per questo che mi è venuta di nuovo la cistite?! Assolutamente sì. Non è cattiveria o ingratitudine o megalomania. Ma la vita che faccio mi rende profondamente e costantemente diversa da chi non l’ha mai fatta e mi avvicina e mi unisce a chi la fa. Punto. Prendiamo la serata di ieri e trasferiamola al sud: non si potrà mai replicare, neanche lontanamente. E non in senso dispregiativo, sarà semplicemente un’altra serata in toto. E non perché una serata a casa non possa essere piacevole e divertente (ma dipende, devo dirlo, dipende da molti fattori): ma perché spesso e volentieri mi sento un’estranea che parla in un’altra lingua sconosciuta.

Stessa situazione a casa: ho l’ansia di dover affrontare di nuovo i miei, di dover di nuovo difendere la mia passione, di doverla di nuovo giustificare, come fosse un crimine o un tradimento. Io voglio fare psichiatria. E anche se ho mille dubbi, mille interrogativi sul futuro, sul percorso da seguire, mille preoccupazioni sul fatto che potrei non essere così brava, potrebbe non essere la mia strada, io credo di meritarmi come minimo fiducia e supporto morale. Ogni volta invece lottare, discutere, imporsi strenuamente… è sfibrante.

Perciò no, non mi sento ingrata o cosa, se sento e penso e vivo Bologna come casa mia. Come un luogo dove posso essere me stessa al 100%. Certo, mica tutti mi capiscono o tutti mi sono amici, ma c’è una differenza sostanziale: tutti, chi più chi meno, siamo qui per un obiettivo preciso o quasi, con le idee chiare o nebulose, concentrati o in crisi ma su eventi e fattori fondamentali della nostra vita, che siano lo studio o il lavoro. Non c’è spazio per drammi esistenziali auto/eteroprodotti. Non c’è spazio per giocare, se non lo si è meritato faticosamente. E non c’è spazio per complotti, tant’è che gli effetti disastrosi su chi ci prova poi sono ben visibili.

E la cosa più bella è che Bologna è la mia casa, ma non mi mette le catene e io sarò libera, un giorno, di lasciarla per continuare altrove, senza zavorre.

I got a question for ya, where’d you get your name from?

8 Giu
Roberta ha un’origine germanica e significa illustre per fama, splendente di gloria.
Ora, a meno che io non faccia una fine tragica (ma solo tipo Amelia Earhart se no niente), direi che finirò la mia vita con la stessa oscurità con cui la sto vivendo, altroché. Perciò direi che no, non è proprio azzeccato questo nome, mi sarebbe andato decisamente più a pennello Cassandra, per le capacità profetiche e per la fine miserrima.
Non sono neanche Penelope, né quella tramandata dagli aedi, né quella descritta dalla Fallaci, forse forse assomiglio a quella cantata dai Linea 77.
Sicuramente, dovrei far fede alla vecchia me, quella che "state alle vostre impressioni, soprattutto le prime, che sono le migliori". Ché quando ero giovane (cioè fino a due mesi e mezzo fa) non sbagliavano praticamente mai, ora invece con tutte queste personalità confuse non ci sto capendo niente, le ignoro sistematicamente e poi mi ritrovo a guardarmi allo specchio e dire al mio coinquilino: "sono una cogliona".
La verità è che vorrei scappare da tutto e da tutti, e qui l’aut-aut a/da mia madre ci sta che è una meraviglia.
Non sono offesa o arrabbiata con chi ero convinta avrebbe capito e invece non capisce, affatto, perché io stessa neanche mi capisco e del resto passo da una sensazione, un’idea, una percezione all’altra senza fluidità, senza ordine, perciò assolutamente non pretendo che nessuno mi stia dietro in questo ottovolante non dotato di cinture di sicurezza.
Io voglio stare sola soletta nel mio vagoncino, a rileggermi l’analisi molecolare dei miei geni appena arrivata fin quando non l’avrò imparata a memoria. Cioè alla prossima rilettura.
Nessuno vuole capire quanto siano smisurati il mio orgoglio e la mia incapacità di chiedere aiuto e compagnia. E davvero non me ne capacito, direi che è un tratto di me piuttosto evidente.
E comunque l’ho fatto, ho tentato di scendere dal mio piedistallo e esternare i miei sentimenti. Ammettere al mondo la mia rabbia per non essermi accorta di nulla, l’ingiustizia che provo per la situazione, il terrore di non avere il controllo di nulla. Timidamente forse, ma l’ho fatto, e a tratti ho ricevuto le risposte giuste, a tratti zero spaccato, non necessariamente in quest’ordine e gradazione e non incredibilmente da chi credevo avrebbe fatto l’una o l’altra cosa.
Ci sta, probabilmente me lo merito, succede questo a mostrarsi sempre di granito, poi la gente casca dal pero quando capisce che forse sei fatta di carne e sangue e lacrime anche tu.
Ho un carattere del cazzo, lo so. Sono rigida, intransigente, irrazionale e fredda, perché proprio non posso permettermi di sciogliermi.
Ma sono fatta così, prendere o lasciare.
Non sperare di cambiarmi. Non sperare di convincermi delle tue idee. Non sperare mi comporti diversamente da quello che sento, anche se è illogico, incomprensibile, stupido, anche se non te lo sai spiegare, anche se mi fa apparire sciocca e capricciosa.
Posso essere la migliore delle compagne di giochi, di avventure, di vita, se mi sento rispettata, compresa il minimo sindacale. Altrimenti mi giro di culo e mi chiudo a riccio, con molta poca eleganza.
Io non abdicherò mai a me stessa, neanche se questo significasse rimanere sola.
La solitudine non mi ha mai spaventata, anzi, mi consola.
E sì, mi rialzerò in piedi, come sempre, ma con i miei modi e i miei tempi.